Pubblicato da: Willo | 29 dicembre 2013

L’immigrazione in Italia: risorsa o minaccia?

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Pubblicato da: Willo | 15 dicembre 2013

Ah, la rivoluzione. Ah, i rivoluzionari.

Dalle interviste di SkyTg24 ma anche di altri telegiornali:

– Sono disoccupato, ho chiesto un contributo e mi hanno proposto 80 euro alla settimana… ne spendo 40 per i pannolini di mio figlio!
Io 80×4=320 euro non li butterei via, comunque dopo indagine ho appurato che se non prendi quelli costosi spendi al massimo 15/20 euro la settimana, a meno che tuo figlio non caghi 13 volte al giorno e tu lo cambi con i più costosi sul mercato.
Sei veramente disoccupato che non sai queste cose?
– Sono senza casa, mi stanno tagliando il gas!!!!!
A chi lo stanno tagliando il gas? Alla casa che non hai?

Una parte di queste persone non sono quello che dicono di essere. chi sono?
Una parte di queste persone non nascondono le loro simpatie per soluzioni autoritarie, invece.
Una (buona) parte di queste persone, invece, sono veramente gente incazzata e che protesta in buona fede. Sono sicuro infatti che ci sono veramente persone con forti disagi sociali che protestano per motivi validi, ma se gli indignados italiani (?) sono veicolati (molti senza saperlo) verso una soluzione autoritaria, tramite sobillatori di massa con interessi ben precisi, saranno solo utili idioti (la definizione, sia ben chiaro, e credo sia ormai popolare grazie a Berlusconi che l’ha utilizzata con Prodi, non è offensiva) per la causa del golpe.
Perché se fin dall’inizio e solo con una manifestazione coordinata dalla destra e da movimenti reazionari (per esempio LIFE, che nascono per proteggere gli imprenditori che avevano controlli fiscali e con la dichiarata intenzione di non pagare più le tasse) una parte delle forze dell’ordine si schiera apertamente con i manifestanti, tira aria di Golpe.

Quali sono gli scopi di questa manifestazione? Chiedetelo ai manifestanti.
TUTTI A CASA FUORI DEI COGLIONIIIIII sarà la risposta prevalente.
Bene. sappiamo tutti che la situazione è sicuramente imbarazzante, per quanto riguarda i privilegi della politica, e a parte le considerazioni sulle semplificazioni ove la classe politica è ormai colpevole di ogni cosa, se a gran parte dei manifestanti si chiede l’opinione sull’evasione fiscale, rispondono “ma i politici che rubano ecc ecc”.
Ok, i politici. Mandiamoli a casa. Per sostituirli con dei politici “voluti dal popolo”? Prima di tutto, bisogna andare a votare, per avere “le persone giuste” al posto di altre. Io non conosco altre soluzioni, semmai avevo delle riserve riguardo la defunta legge elettorale che fortunatamente non esiste più (detto fra noi, andrei anche a votare con questo proporzionale con sbarramento). E già qui mi pare siamo in difetto, visto che “fanno schifo tutti”. Quindi, “mandiamoli tutti a casa”, e poi?
Facciamo che dopo le prossime elezioni non vengono eletti quelli che piacciono a voi (che chi sono, poi?), cosa succede? Di nuovo in rivolta per ri-mandarli tutti a casa? Oppure volete quello che vi suggeriscono sottovoce, una bella giunta militare? Nel caso non lo sapeste, anche se i nuovi non vi andranno bene, col cazzo che vi permetterebbero di tornare a manifestare. No, così, giusto per chiarezza.

Altri scopi delle manifestazioni? Non pagare più le tasse? Va bene, vorrei parlare con uno di voi prodi e integerrimi imprenditori che le tasse le ha sempre pagate, tutte. Anche quando non era nella merda. Non spingete!

Quindi, capisco la buona fede dei manifestanti, ma questa rivolta la  definisco reazionaria (1), non rivoluzionaria. Questo ossessivo richiamo all’Italia e agli italiani è esemplare nel dimenticare di associare alla parola Italiani la parola onesti. Mah, speriamo se lo siano solo dimenticato.

(1)reazionàrio agg. e s. m. (f. -a) [der. di reazione, sul modello del fr. réactionnaire, che a sua volta è stato modellato su révolutionnaire]. – Nel linguaggio politico (con senso per lo più polemico), che è incline alla reazione, che appoggia o guida un movimento di reazione politica; termine riferito inizialmente agli oppositori della rivoluzione francese, poi genericamente a chi si oppone a ogni riforma e innovazione, mostrandosi tendenzialmente ostile al progresso.
Se si ribellano all’attuale classe politica, come possono essere reazionari? Attenzione. Reazionario è anche il “nostalgico”, quello che “si stava meglio quando si stava peggio”. Reazionari, infatti, come citato nella definizione, erano i monarchici durante la rivoluzione francese.

Pubblicato da: Willo | 31 luglio 2013

Perché siamo razzisti

TRENTUNO persone hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere l’Italia. Morti annegati davanti alle coste della Libia. Tra loro nove donne. Provenivano per lo più dalla Nigeria, un paese nel quale la nostra Eni occupa 40.625 chilometri quadrati con i suoi pozzi petroliferi che stanno devastando il delta del Niger, costringendo alla fame pescatori e contadini. Leggo su Facebook i commenti alla notizia data da la Repubblica: “affondassero tutti sti gommoni………….zozzi schifosi, sostegno agli abitanti di lampedusa, che quotidianamente devono sopportare questo schifo………..” (riporto pari pari, chilometrici punti sospensivi compresi); “Tra poco li andremo a prendere nel loro paese per farci invadere!!“; “31 voti in meno per il pdmenoelle“.

Non mancano i commenti tutt’altro che razzistici, ma bisogna considerare che la Repubblica non è Il Giornale né La Padania. Si prenda una qualsiasi notizia che riguarda gli immigrati e si leggano i commenti: non mancheranno mai, qualunque sia il sito Internet, espressioni gravissime di razzismo, che diventeranno numericamente prevalenti nei siti di destra.

Cosa sta accadendo nel nostro paese? Perché si giunge a chiamare “rozzi schifosi” delle persone morte in modo terribile, ed a rallegrarsi della loro morte? Perché un vicepresidente del Senato giunge ad insultare pubblicamente un ministro, solo perché di pelle nera? Perché siamo diventati così spaventosamente razzisti? Perché l’Italia non è, come scriveva qualche giorno fa John Foot su The Guardian, un paese non razzista in cui però il razzismo è tollerato.

Se una persona come Calderoli giunge a diventare vicepresidente del Senato, se una forza politica razzista come la Lega Nord va al governo, vuol dire che il razzismo non è solo tollerato, ma serve a fare carriera politica. Le prove non mancano. Si pensi, ad esempio, all’isterismo collettivo seguito, nel 2007, all’omicidio di Giovanna Reggiani. Si scatenò allora una vera caccia al rom ed al romeno, alimentata dai giornali e dalle forze politiche di destra; ma è bene ricordare che lo stesso Walter Veltroni, leader dell’appena nato Partito Democratico, si affrettò ad attaccare la Romania ed a chiedere iniziative straordinarie sul piano della sicurezza, proprio come un qualsiasi leader di una forza xenofoba. Si era, del resto, in campagna elettorale.

Perché, dunque, siamo razzisti?

Per una serie di ragioni. La prima è che, semplicemente, siamo ignoranti. Spaventosamente ignoranti. Secondo il linguista Tullio De Mauro più della metà degli italiani hanno difficoltà a comprendere un testo scritto. Non proprio analfabeti, ma quasi. Ora, chi non è in grado di comprendere un testo scritto non ha gli strumenti per uscire dai propri pregiudizi e cogliere la complessità dei fenomeni. E’ condannato ad affrontare il mondo con poche categorie concettuali, con idee semplici semplici, mai sottoposte a critica. Pregiudizi, appunto.

La seconda ragione va ricercata nel fatto che questa spaventosa ignoranza non viene combattuta, ma al contrario strumentalizzata dalla classe politica. Il nostro paese spende ogni anno 26 miliardi di euro per il suo apparato militare, mentre è penultima nell’area Ocse per le spese per l’istruzione”.

Alla classe politica italiana fa comodo l’ignoranza diffusa. Rende le cose estremamente più semplici. Una volta c’erano le ideologie, e la politica si giocava sul piano delle visioni del mondo. Oggi che le ideologie sono tramontate, la politica è questione di slogan, di piccole promesse, di minuti interessi. Una volta si prometteva una società più giusta, oggi l’abolizione di una tassa. In questo contesto, la xenofobia funziona a meraviglia per ottenere consenso.

Continua qui.

(A cura di Antonio Vigilante, saggista)

Pubblicato da: Willo | 10 luglio 2013

Grandi navi a Venezia? Ecco come la penso

Immagine

Mi scuso per i profani, ma questo è un post un po’ tecnico che ha alcuni riferimenti comprensibili solo ai veneziani e in particolare agli addetti ai lavori. Provvedo, per agevolare la lettura, una mappa del porto crociere di Venezia (in calce).

Grandi navi sì, grandi navi no. Il discorso sarebbe abbastanza lungo e complicato, poiché oltre alle implicazioni estetiche e di sicurezza, coinvolge anche i flussi turistici nei terminal veneziani e a Venezia stessa, oltre a considerazioni riguardo alle implicazioni del turismo di massa e alla sua sostenibilità. Voglio comunque dare la mia opinione in senso strettamente tecnico, con una soluzione che non allontanerebbe queste navi da Venezia, pur evitando di farle passare davanti al centro di Venezia.

Per me quindi la soluzione maggiormente idonea sarebbe un revisione completa della gestione delle crociere e dei terminal. Lo illustrerò a step progressivi.

– Spostare le navi crociere a Porto Marghera, preferibilmente in una zona dedicata, con i terminal sia in Marittima che a Marghera (per i passeggeri che devono partire allo sbarco e non soggiornano a Venezia, e viceversa per i passeggeri che non hanno soggiornato a Venezia e si imbarcano subito all’arrivo), questo causerebbe l’effetto positivo di una riconversione di aree attualmente dismesse e degradate.

– Buona parte dei passeggeri sarebbero trasferiti quindi con navette da e verso Venezia verso gli attuali terminal (è già stato fatto in situazioni di emergenza), dove la movimentazione motoscafi sarebbe esattamente la stessa.

– Questo tipo di gestione dei passeggeri decongestionerebbe parzialmente il traffico per il ponte della Libertà (i pullman sbarco/imbarco per l’aeroporto andrebbero direttamente a Marghera), anche se non totalmente, viste le navette da/verso Venezia e la movimentazione merci, anche se quest’ultima può essere fatta via acqua.

– Spostamento in Marittima delle navi di piccolo/medio cabotaggio (che attualmente sono ormaggiate al terminal di San Basilio, navi con capienza massima di circa 700 passeggeri e lunghezza massima di 200 metri), dove passeggeri di navi di lusso utilizzerebbero terminals e pontili degni di questo nome.

– Revisione dei pontili in Marittima, orientata alla vicinanza ai terminals (attualmente si costringono i passeggeri dei terminals Isonzo 1/2, 117 e 123, come del molo 110, cioè quasi tutti, a passeggiate interminabili indegne del primo homeport del Mediterraneo, per raggiungere i collegamenti con il centro)

– Riconversione di San Basilio in terminal Yachts e demolizione dell’attuale terminal passeggeri: questa sarebbe l’occasione giusta per riconsegnare completamente alla città l’area fronte riva, con tanto di stazione del tram (o, in alternativa, trasformazione del terminal in stazione del tram).

 

Mappa del porto crociere di Venezia:

terminal_crociere

Pubblicato da: Willo | 10 luglio 2013

Il metodo Travaglio applicato a Travaglio

[…] Sarebbe bastato che ieri i capigruppo fossero saliti al Quirinale con una proposta chiara e netta: un paio di nomi autorevoli per un governo politico guidato e composto da personalità estranee ai partiti (parrà strano, ma ne esistono parecchie, anche fuori dalla Bocconi, dalle gran logge, dai caveau delle banche e dalle sagrestie vaticane). Siccome Bersani, anche in versione findus, era rimasto fermo all’asse con M5S, secondo la volontà dei due terzi degli elettori, i grilli avrebbero dovuto sfidarlo ad appoggiare quel tipo governo. Che naturalmente non può essere né a guida Bersani, né tantomeno a guida M5S. Di qui la necessità di una rosa di personalità che potessero incarnare, per la loro storia e le loro idee, alcuni dei punti chiave del movimento. Sarebbe stato lo scacco matto al re. Invece lo scacco i grilli se lo son dato da soli. Col rischio di perdere un treno che potrebbe non ripassare più; di accreditare le peggiori leggende nere sul loro conto; e di gettare le basi per drammatiche spaccature.

Ieri infatti al Colle non hanno fatto nomi, ma solo allusioni, anche perché Napolitano non vuole sentir parlare di nomi extra-partiti. […]

(Autoscacco a 5 Stelle, Marco Travaglio, Il Fatto Quotidiano, 30-3-2013)

[…] Solo un governo presieduto da un indipendente col programma aperto ad alcuni cavalli di battaglia del M5S avrebbe giustificato un suo appoggio. Ma quella proposta che non si poteva rifiutare non venne mai. Anzi, quando i 5Stelle provarono a proporre un governo Settis, o Rodotà, o Zagrebelsky, Napolitano li stoppò. […]

(Oggi sposi, Marco Travaglio, Il Fatto Quotidiano, 9-7-2013)

Pubblicato da: Willo | 24 giugno 2013

7 anni

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Composizione originale di Sandro Bognolo
sotto licenza Creative Commons BY (attribuzione)

Pubblicato da: Willo | 24 giugno 2013

Ritorno alla Lira for Dummies

Questo è un post didascalico (a compensare quello precedente infarcito di linguaggio ostico) dedicato a chi non ha mai sentito parlare di economia o se ne è sempre disinteressato. Spiega, con dieci pillole a dosi omeopatiche, le conseguenze per il cittadino comune del ritorno alla lira che una canea vociante continua ad invocare.

Prima pillola. Partiamo da un mondo senza moneta. Un prestito avrebbe per oggetto uno o più beni materiali. Ad esempio io presto a Tizio un chilo di pane e Tizio si impegna restituirmene un chilo e mezzo dopo cinque anni.

Seconda pillola. Se introduciamo il denaro e il pane costasse un euro al chilo, il prestito potrebbe essere denominato in valuta: io presto un euro a Tizio il quale va a comprarsi il pane e mi restituisce un euro e mezzo tra cinque anni. Fin qui siamo a livello di esercizio da terza elementare.

Terza pillola. Il punto cruciale è quanto pane potrò comprare tra cinque anni con un euro e mezzo. Se il potere di acquisto della moneta non cambia, (cioè se non c’è inflazione e quindi il rapporto tra euro e chili di pane rimane fisso) sia per il creditore che per il debitore è indifferente se il prestito viene denominato in chili di pane o in euro. L’istituzione chiamata a garantire il potere di acquisto della moneta è la banca centrale.

Quarta pillola. Cosa succede se la banca centrale è un carrozzone controllato da un ministro delle Finanze espresso da cosche, caste o clientele ed il maggior debitore è proprio il Governo di cui quel ministro fa parte?

Quinta pillola. Un debitore in malafede ha interesse a ripagare il meno possibile di quanto preso a prestito, rinnegando l’impegno. In un mondo senza moneta l’unico modo per farlo è – passati i cinque anni – rifiutarsi di restituire il pane o restituire meno del chilo e mezzo promesso. In linguaggio giuridico si chiama fallimento, bancarotta o default, per quelli a cui piacciono gli anglicismi. In linguaggio comune si definisce fregatura o si ricorre a termini anche meno urbani. Chiedere ragguagli a chi aveva comprato bond argentini.

Sesta pillola. Visto che nel mondo reale esiste la moneta c’è un altro modo per turlupinare il creditore, soprattutto se il debitore si chiama Governo ed ha il controllo dell’emissione di moneta. Il metodo è ben noto ed è stato sperimentato ed attuato per secoli. Invece di emettere un euro per ogni chilo di pane prodotto nell’economia, il Governo ne stampa due, tre, cinque o dieci a seconda del grado di latrocinio che intende perpetrare.

Esempio. Se ad un certo punto il Governo decide di emettere due euro per ogni chilo di pane prodotto nell’economia, dopo tre anni formalmente ripaga il dovuto con un euro e mezzo, ma il creditore adesso compra solo 750 grammi di pane, invece del chilo e mezzo che legittimamente si aspettava. Usando la stampa di moneta (e quindi pompando inflazione) il Governo gli ha rubato interessi e capitale.

Fonte: blog di Fabio Scacciavillani – Il Fatto Quotidiano (Continua qui)

Pubblicato da: Willo | 24 giugno 2013

Acrobati a Venezia

Acrobati a Venezia

Questa settimana, eccezionalmente per voi pubblico, l’Uomo Ragno

Pubblicato da: Willo | 24 giugno 2013

Archeologia politica: Il Grande Centro

Bisognerebbe fare una raccolta – un’antologia completa – del corteggiamento durato cinque anni a Casini e Fini, poi a Monti e Montezemolo. Bisognerebbe farne un’antologia perché ormai ce lo siamo dimenticati tutti e si parla tutti d’altro, del presente, com’è giusto: eppure dal 2008 fino a pochissimi mesi fa nel Pd e dintorni non si è parlato d’altro che di quello – dell’Udc, di Fli, di Scelta Civica – e ora viene da ridere e da piangere solo a pensarci.

Ora di quel centro – anzi il ‘Grande Centro’ come dicevano loro – non è rimasta che polvere, e su ‘Repubblica’ perfino Pisanu suggerisce di chiudere la serranda, mentre il montezemoliano Romano si prende a male parole con il montiano Olivero, particelle elementari che politicamente esistevano soltanto nei titoli dei giornali amici e nei calcoli aritmetici di D’Alema e i suoi cari.

Perfino nella Carta d’Intenti, l’avevano messa, la fondamentale alleanza con il Grande Centro, salvo poi finire per allearsi direttamente con il Grande Mascalzone.

Amen, panta rei. Ma sarebbe bello se qualcuno di quelli che ci hanno fracassato per cinque anni con la necessità di guardare al centro, di aprire al centro, di fare accordi al centro, adesso avesse il coraggio di dirci semplicemente ‘okay, non avevamo capito niente, vivevamo in un mondo parallelo, scusate’.

Piovono rane – Blog – L’espresso.

Pubblicato da: Willo | 23 giugno 2013

Punta della Salute

Punta della salute

La punta e la chiesa della Salute in notturna
Grazie, artnight

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